Cappella Gallieri: le ultime volontà di un mercante

“Ugualmente volle, comandò ed ordinò che nel luogo che gli deve essere concesso dal Venerando Prevosto Arciprete e dai Canonici della Chiesa Collegiata della Beata Maria di Chieri e da quelli cui competa o competerà in detta Chiesa di S. Maria siano spesi duecento e quaranta scudi d’oro per la costruzione della vòlta della Cappella e delle pitture della stessa Cappella, alla quale volle che fosse costruita la vòlta e che volle affresca bene ed egregiamente con detti duecento e quaranta scudi e che quella Cappella munita di vòlta e dipinta fosse intitolata al B. Giovanni Battista…”

Con questo passo tratto dalle sue disposizioni testamentarie, un chierese commissiona nel quindicesimo secolo una cappella incastonata nel Duomo di Chieri, intitolandola a san Giovanni Battista decollato. Il testatore è Guglielmo Gallieri, aristocratico, mercante e banchiere chierese. Infermo nel corpo, ma non nella mente – così dettava lui nel suo testamento – predispone anche sulla futura manutenzione della cappella, oltre che sulla realizzazione di tutti gli elementi strumentali alle liturgie. Il testamento risale al 13 marzo del 1413 ed è completato con un codicillo datato 2 aprile 1414. I dati arrivano dall’Archivio Storico del Comune di Chieri, presso cui sono conservate copie autentiche di origine cinquecentesca.

Codicillo del 2 aprile 1414 fatto dal Nobile Gallieri al suo testamento del 13/3/1413 (Archivio Comunale)

I contenuti del testamento sono variegati e offrono un’importante testimonianza sull’attenzione dell’uomo medievale alla salvezza della propria anima e alla remissione dei peccati. Gallieri, infatti, precisa che: “vengano ridate e restituite tutte e singolarmente quelle cose che siano arrivate nelle sue mani o in quelle di un altro, a nome suo, da una qualsiasi fonte illecita ed indebita…”. Comanda inoltre che “per la sua anima in remissione dei suoi peccati si cerchino dieci vergini povere, e nulla tenenti, che siano da sposarsi, alle quali volle che si dessero ed offrissero cinque scudi d’oro regio…”.

La cappella Gallieri

Gli esecutori testamentari del Gallieri realizzano le sue volontà e la cappella viene costruita fra il 1414 e il 1418 nella chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala di Chieri. Posizionata alla base del campanile, è affrescata con sequenze della vita di Giovanni Battista. Il nobile mercante, nel prevedere l’acquisto di: “un messale, un pianeta sacerdotale, un camice e tutti quegli altri oggetti necessari all’altare” ambisce a realizzare la celebrazione, ogni giorno, di una messa in suo suffragio. La cappella cadde progressivamente in disuso, fino a essere definitivamente sconsacrata e adibita a deposito nel 1584.
Gli affreschi, recuperati con interventi di restauro nel secolo scorso, sono oggi osservabili nel loro antico splendore. La volta del soffitto a crociera presenta nelle sue vele i quattro Evangelisti. Le pareti, ordinate in senso orario a partire da quella che fronteggia l’ingresso, ripercorrono la vita del santo dalla sua nascita, al battesimo di Gesù, fino alla sua decapitazione e sepoltura. Il ciclo è impreziosito dalle rappresentazioni dei busti di alcuni profeti. Ben rappresentato all’interno della Cappella è anche lo stemma della famiglia Gallieri.

Banchetto di Erode (particolare)
Nascita del Battista

Come visitare la cappella Gallieri

Il sito non è sempre accessibile e la sua visita è contestualizzata in alcune aperture speciali, promosse dall’associazione Carreum Potentia. Anche la nostra associazione ha partecipato attivamente alla sua promozione, organizzando una serie di visite guidate che hanno interessato tutto il duomo di Chieri. La Cappella Gallieri, il Battistero e la Cripta hanno rappresentato una cornice unica all’interno del quale tratteggiare la rilevanza del patrimonio artistico ivi contenuto, oltre a narrare l’importanza di Chieri nell’ambito della storia medievale.  

Visite animate alla Collegiata di Santa Maria della Scala, cappella Gallieri, settembre 2018

Per maggiori informazioni:

http://www.jaquerio.afom.it/chieri-to-duomo-cappella-gallieri/

http://www.jaquerio.afom.it/wp-content/uploads/Gli_affreschi_della_cappella_dei_Gallieri-di-Chiara-Zoia.pdf

http://archeocarta.org/wp-content/uploads/2014/11/Tecniche_di_pittura_murale_a_confronto..pdf 

Gli strumenti del cuoco: il forchettone per la carne

Quando si sceglie di ricostruire una cucina medievale c’è la necessità, quanto meno al principio dell’attività, di scendere a compromessi con i tempi moderni, in termini di reperibilità delle materie prime e loro effettiva utilizzabilità nel contesto di ricostruzione. Ad esempio, per motivi di praticità ci si può trovare a utilizzare l’olio d’oliva anziché lo strutto, l’olio di mandorle o di noci, come invece era uso in area pedemontana tra il XIV e il XV secolo. La motivazione non è solamente logistica, ma anche economica: la reperibilità di determinati ingredienti è limitata e il loro costo è alto, dal momento che sono in disuso e riaffiorati sulle nostre tavole soltanto di recente. Allo stesso modo, per moderni motivi igienico-sanitari, le padelle e le caldaie, cioè i pentoloni in rame, sono stagnate e il fuoco per cucinare è sollevato da terra per evitare conseguenze spiacevoli.
Gli stessi limiti, fortunatamente, non si pongono per quanto riguarda la strumentazione: le fonti archeologiche e iconografiche ci hanno lasciato sufficienti tracce per tentare di ricostruire in modo puntuale moltissimi strumenti tipici della cucina: tra questi coltelli, piatti, versatoi e molto altro. Questa volta abbiamo deciso di ricostruire, all’interno del progetto associativo dedicato all’alimentazione, un gancio per carni o “forchettone”, atto a estrarre la carne bollita dai calderoni.

Dall’idea alla raccolta delle fonti storiche

L’ispirazione per il progetto è nata dall’iconografia dei Racconti di Canterbury, dove ne Il prologo del cuoco e Racconto è raffigurato un uomo a cavallo che indossa un grembiule impugna il gancio a testimonianza della sua professione.
Il passo successivo è stato la ricerca di reperti che potessero aiutarci a capire la forma dello strumento (e quindi darci una mano a capire come ricostruirlo). Il forchettone può contare di molte testimonianze, sia iconografiche che archeologiche.

Lo vediamo a partire dall’arazzo di Bayeux, conservato e in mostra oggi al musée de la tapisserie de Bayeux; inoltre, è possibile osservare in dettaglio il manico dello strumento di una pagina della Bibbia Morgan.

Arazzo di Bayeux, circa 1070-1080. Musée de la tapisserie de Bayeux (Francia)
L’ispirazione per il manico: MS M.638, fol. 20r, dettaglio. Morgan Library, New York

Abbiamo messo a paragone le immagini con due reperti di forchettone: uno di questi è conservato al British Museum di Londra. Il reperto, in particolare, è di ferro ed è stato catalogato dei curatori del museo come di epoca romana e di provenienza britannica. L’altro reperto è conservato al Musée Départemental des Antiquités di Rouen (Francia): lungo 42 cm, è anch’esso di ferro e datato dai curatori come di epoca gallo-romana.

Il reperto di forchettone da carne di epoca romana conservato al British Museum. Numero di catalogo: 1856,0701.2646
Il reperto (croc à viande ou fourchette à chaudron) conservato al Musée Départemental des Antiquités di Rouen

La realizzazione del forchettone

 

Radunate tutte le fonti, ci siamo affidati alla Bottega del Ferro di Mastro Corradin per la realizzazione pratica dell’oggetto. Il risultato finale è un voluto assemblaggio di reperti da diverse epoche, ad attestare la longevità e le trasformazioni nel corso delle diverse epoche storiche di questo strumento: il manico rappresenta le origini gallo-romane, la cui struttura si è mantenuta almeno sino alla metà del XIII secolo; i tre rebbi, a testimoniare il cambiamento avvenuto tra XIV e XV secolo, il periodo scelto dalla nostra Associazione in cui ambientare i nostri progetti ricostruttivi; infine, le forme arrotondate raccontano e ricordano la forma “pigtail” (a codina di maiale) che il gancio presenta ai giorni nostri e con cui viene usato per girare le bistecche sulla griglia.

Le fasi preliminari della lavorazione: l’aggiunta dei due denti sulla struttura di ferro principale
La curvatura dei denti
L’ultima fase: l’assemblaggio del forchettone con il manico
Forchettoni: il risultato finale

La ricostruzione ottenuta ci ha offerto nuovi spunti (e… agganci) per approfondire, ma soprattutto per assaggiare, la cucina medievale a base di carne, alla base della quale si strutturano moltissime ricette, soprattutto risalenti all’epoca da noi approfondita, a noi arrivate.

Dalla teca alla testa: ricostruire un cappello d’arme

Il cappello d’arme (anche conosciuto come “cappello di ferro”) è un elmo largamente diffuso in tutta Europa sin dall’inizio del XIII secolo.

La sua struttura a campana (o a cappello, appunto) aveva lo scopo principale di deviare i fendenti avversari, portando i colpi fuori dalla zona di minaccia grazie alle ampie falde.

Questo tipo di elmo era talmente popolare che ne ritroviamo testimonianze per tutto il periodo medievale e anche oltre, con la forma che si modifica leggermente nel corso del tempo.

Un esemplare di cappello d’arme è conservato al museo della Fondazione Fioroni di Legnago (VR), assieme ad altri interessanti reperti medievali ripescati dal greto dell’Adige nella prima metà del ‘900.

Il reperto del cappello d’arme conservato al museo della Fondazione Fioroni (Legnago, VR)

In occasione dell’edizione del volume “Maioliche e armi antiche di Legnago”, a cura di G. Morazzoni del 1950, in cui per la prima volta vennero analizzati e catalogati i ritrovamenti dell’Adige, l’elmo venne datato XV secolo. In occasione di allestimenti museali successivi del museo della Fondazione Fioroni, la datazione venne poi rivista e corretta, collocandolo a metà del XIII secolo, coerentemente con quanto ci mostra una fonte iconografica in particolare, la Bibbia Morgan, anche detta Bibbia Maciejowski.

MS M.638 (Francia, 1250. Morgan Library, New York)
MS M.638 (Francia, 1250. Morgan Library, New York)

Il cappello d’arme custodito al museo di Legnago ha dimensioni davvero notevoli: è alto all’incirca 20 cm e ha un diametro massimo di 30 cm in corrispondenza della tesa.

è composto da una porzione piatta superiore e da due fasce inferiori. Le tre parti sono state giuntate e livellate per ottenere una superficie quanto possibile uniforme.

Questo elmo ci ha conquistati sin dalla prima volta che lo abbiamo visto.

Non siamo i primi ricostruttori che si cimentano nella sua riproduzione, ma abbiamo deciso, in seno al nostro progetto di ricostruzione duecentesco, di provare anche noi a ricostruirlo!

Il primo passo è stato realizzare un cartamodello del reperto. Per capire meglio la struttura tridimensionale dell’elmo, abbiamo prima realizzato un modellino in miniatura, per poi riportarlo a dimensione naturale una volta soddisfatti della forma.

La versione in miniatura del cappello d’arme.
La versione in grandezza 1:1 del cappello.

Il passo successivo è stato rivolgerci al corazzaio Roberto Pallaro per la realizzazione della ricostruzione.

Purtroppo, non abbiamo avuto modo di misurare lo spessore del metallo impiegato per l’originale, quindi abbiamo dovuto procedere facendo l’ipotesi che, per garantire resistenza senza peso eccessivo, il cappello fosse composto da lamine di diverso spessore.

Il coppo superiore è stato quindi realizzato di uno spessore maggiore rispetto alle falde inferiori, in quanto era il punto più soggetto ai colpi e dalla forma meno adatta a deviarli. Inoltre, in questo modo il peso del cappello è concentrato nella parte superiore, che scarica il peso direttamente sulla testa, mentre le falde leggere lo rendono più stabile.

L’interno presenta degli occhielli posti sulla circonferenza tra la prima e la seconda falda, probabilmente destinati ad ospitare il sistema che assicurava l’elmo alla testa dell’indossatore.

Nonostante l’iconografia mostri cappelli d’arme dalla struttura simile ma di varie ampiezze e dimensioni, abbiamo deciso di attenerci per quanto possibile alle dimensioni originarie del reperto. 

Ricostruzione della guarnigione di un castello. Manifestazione “Castelronda” a cura dell’Ordine della Torre. Foto (c) Exvoid
Il cappello d’arme finito e indossato. Foto (c) Exvoid

La strada dal reperto alla ricostruzione si è rivelata, come sempre, al tempo stesso divertente, stimolante e sfidante!

Per saperne di più:

G. Morazzoni, Maioliche e armi antiche di Legnago. A cura di Andrea Ferrarese. Fondazione Fioroni, Musei e Biblioteca Pubblica, 2010

J. Hood et al. Defence and Decoration; New findings on a fourteenth century kettle-hat helmet found in London. The British Museum Technical Research Bulletin, Volume 5, ed. Saunders, D. Archetype Publications, (2011), pp. 73-80.

Ricostruire un versatoio di vino del museo di Antichità di Torino

Il museo di antichità di Torino, parte del circuito dei Musei Reali di Torino, custodisce reperti provenienti da tutta la provincia di Torino dalle epoche più antiche (ad esempio il tesoro di Marengo di epoca romana), fino al periodo medievale, passando per l’età longobarda.

Quest’anno ci siamo cimentati nella ricostruzione di un versatoio conservato proprio al Museo.

I due esemplari di versatoio recuperati al Castello di Moncalieri e ora esposti al Museo di Antichità.

Il versatoio proviene dal Castello di Moncalieri (TO).  Datato fine del XIV secolo, è stato possibile stabilire in modo preciso la datazione grazie agli studi di stratigrafia della torre ovest del Castello e grazie alla presenza di un alto numero di monete comprese tra il 1270 e la metà del XIV secolo, perse o gettate con i rifiuti della mensa che furono scaricati nella torre al momento delle ristrutturazioni avvenute nella prima metà del XIV secolo. Trattandosi di recipienti di produzione corrente destinati alla consumazione dei liquidi, e in particolare del vino, è possibile che fossero utilizzati sulla mensa della guarnigione dei soldati addetti alla difesa del castello. Anche i confronti con la forma, diffusa anche in ambito transalpino, riportano alla seconda metà o alla fine del XIV secolo.

È fatto di ceramica rivestita esternamente da una spessa invetriatura, densa e bollosa data dall’alta componente ferrosa. È alto 13 cm e ha un diametro massimo di 13 cm.

Per la ricostruzione ci siamo affidati all’esperienza dell’artigiana Beatrice Brignani che con il progetto Ptičkart – Ars Vascellari si occupa di costruire repliche di vasellame e recipienti di varie epoche.

Una fase della lavorazione.
Il versatoio prima dell’invetriatura.

L’invetriatura è stata fatta “per aspersione”, ovvero per colaggio del rivestimento liquido mediante un altro contenitore. Per effettuare il colaggio il versatoio è stato preso con le pinze dal manico e per la cottura è stato utilizzato un treppiede, come da fonti coeve, anche per evitare la fusione con le superfici.

Confronto tra l’originale (in alto) e la replica (in basso)
Sul fondo del versatoio l’impronta caratteristica del tripunte da cottura o “piede di Gallo”

I piedi di Gallo o tripunte da cottura utilizzati sono metallici, anziché di ceramica, per una questione di deperimento breve, ma la forma è identica e lasciano lo stesso tipo di segno equamente distanziato.

Per maggiori informazioni: 

La collezione dei Museo di Antichità di Torino. Vaschetti 2005.

Capire un tubo: ricostruire un copricapo medievale

Spesso la corretta interpretazione di una fonte iconografica passa attraverso diversi errori, tentativi e fraintendimenti, prima di arrivare a risultati soddisfacenti.

È quello che è successo a noi con la ricostruzione di un capo di abbigliamento tanto singolare quanto comune in Piemonte nei primi anni del XV secolo, un copricapo che abbiamo ribattezzato “il cilindro”, per ovvi motivi. Abbiamo riflettuto a lungo su come poter rendere la singolare forma di questo copricapo. Nell’assenza di reperti, l’unico strumento che poteva aiutarci erano le fonti iconografiche.

Français 12559, BnF (1403-1404 circa)

Ms. jb II 21 bis, Archivio di Stato di Torino

Osservando attentamente miniature ed affreschi di diversi autori, siamo potuti arrivare a diverse conclusioni: Il cilindro doveva essere di un materiale abbastanza robusto da permettergli di stare in piedi; Il cilindro non doveva essere chiuso in cima, date le raffigurazioni che lo mostrano anche con spacchi sui bordi, forse per accentuarne l’ampiezza.

Français 12559. BnF (1403.1404 circa)

Ms 65, Musée Condé, Chantilly (1410 circa)

La nostra prima interpretazione è stata un semplice tubo di feltro, con l’estremità inferiore arrotolata su se stessa in modo tale da creare lo spessore che si vede nelle miniature. Non un cappello vero e proprio quindi, ma una sorta di copricapo ornamentale finalizzato a slanciare la figura maschile, a suo modo coerentemente con la struttura dei capi di abbigliamento di inizio XV secolo e in modo simile ad altri copricapi femminili. La ricostruzione che abbiamo effettuato inizialmente era abbastanza soddisfacente e rendeva bene la struttura mostrata nelle miniature.

Tuttavia, c’erano ancora alcuni punti che non ci convincevano: non c’era modo di ottenere la forma svasata che si vede in alcune fonti, e il fatto che si trattasse di un copricapo puramente ornamentale non ne spiegava l’utilizzo da parte anche di figure borghesi. Siamo quindi tornati allo studio delle fonti, spostando la nostra attenzione anche su altre figure presenti nelle miniature, che portavano altri copricapi su cui in prima battuta non ci siamo soffermati.

Français 23279, BnF (1416 circa)

Maestro della Cappella Gallieri. Collegiata di Santa Maria della Scala, Chieri (TO), 1420 circa

Cappelli simili ai noti “tocchi”, ma la cui struttura era una semplice forma a “pan di zucchero”, con l’estremità inferiore rivoltata a costituirne la falda. Ovviamente, più il pan di zucchero è lungo, più la falda può essere sollevata… Anche a coprire la cupola del copricapo stesso. E dunque, eccoci arrivati alla conclusione: non si tratta affatto di un copricapo diverso, o di un improbabile accessorio ornamentale, bensì dello stesso copricapo visto in altre fonti, che presenta tuttavia molto più materiale utilizzato e la cui forma viene estremizzata a creare l’effetto cilindro. Lo spessore accanto alla testa viene ottenuto ripiegando su se stesso il feltro, in modo tale da adattarlo al capo dell’indossatore, e questo gli conferisce anche la caratteristica forma svasata e leggermente inclinata che si vede in alcune fonti. 

(c) Giordano Franzò

Questa interpretazione, che (per ora) troviamo convincente, è confermata anche da altre fonti iconografiche, che mostrano copricapi dalla cui cima della alta falda vediamo spuntare la cupola. In conclusione, questo progetto ci ha confermato un punto che dovremmo sempre tenere a mente: torniamo sempre sui nostri passi, se una ricostruzione non ci sembra convincente è probabile che sia semplicemente migliorabile.

Nicorello Pasano: un testamento medievale del 1416

L’approfondimento di un testamento medievale chierese nasce in seno alla ricostruzione di una figura notarile di area piemontese. La volontà di focalizzarsi sulle disposizioni successorie nasce, oltre che da un’apprezzabile consultabilità garantita dalla moltitudine di documenti conservati all’Archivio Storico di Chieri, dal desiderio di analizzare le circostanze giuridiche e sociali di un momento, ora come allora, sentitissimo: il trapasso.

Scorrendo le righe dei vari testamenti, infatti, si percepisce in maniera chiara ciò che era importante per l’uomo medievale: la raccomandazione della propria anima, la sepoltura, l’elemosina agli Ospedali, la disposizione dei propri beni mobili e immobili e tanto altro.

Spesso il documento permette inoltre di individuare, o intuire, qualche affascinante retroscena sulla vita del de cuius come nel caso del Mercante Gallieri di Chieri: nel suo testamento, stilato nel 1413, si apprende della sua curiosa volontà di lasciare il materasso della sua camera alla sua stessa fantesca.

Particolare attenzione è stata destinata al testamento medievale di Nicorello Pacanus, stilato il 3 Agosto 1416, sia per l’ottimo grado di conservazione, sia per la perfetta coincidenza con il periodo di interesse per l’Associazione. La sua individuazione è stata possibile grazie al lavoro della Dott.ssa Lorena Barale “Testamenti Chieresi del ‘400”.

Il testamento, così come estratto dal faldone archivistico. Sono ancora riconoscibili i segni di pieghettature ulteriori, probabilmente coeve con la stesura del testamento, analoghi ad altri documenti notarili della stessa epoca e zona.

L’opera ha avuto inizio con la consultazione dell’originale, custodito nell’Archivio Comunale di Chieri, Fondo Ospizio di Carità. Si presenta come pergamenaceo, mm. 172×386. Sul dorso di mano del XV secolo riporta: “Testamentum Nichorelli Pazani”. Sul dorso di mano del XVI secolo: “1416 3 Agosto. Testamentum Nichorelli Pazani in quo legat iornatam unam ad Guadum Vicinorum. Registratum f. 10 in foliacetto XVII“. Sono inoltre presenti anche note tergali posteriori al XVI secolo.”

La trascrizione completa del testamento è disponibile nel libro della dott.ssa Barale

Dalla sua analisi apprendiamo della sua volontà di eleggere come erede universale il figlio Giovannino; di voler essere sepolto nella chiesa di Santa Maria, donandole cinque lire di moneta D’Asti. Alla Casa dell’Elemosina lascia invece una pezza di terra di una giornata situata a Guadum Vicinorum, oltre che cinque soldi a tutti gli ospedali allora presenti nel territorio di Chieri. Il testamento di Nicorello ci racconta di una persona sicuramente non appartenente all’aristocrazia chierese, ma comunque attenta come tanti altri alla pietas cristiana.

Replica del testamento: il risultato finale a confronto con l’originale

Lo studio dei testamenti medievali non si è fermato soltanto all’aspetto contenutistico, bensì alla forma e alla rappresentazione grafica degli stessi. La nostra replica ha previsto l’impiego di materiali di partenza che si avvicinassero il più possibile a quelli che avrebbe potuto utilizzare per redigerlo il notaio o un suo assistente nei primi del ‘400. 

Per ulteriori informazioni:  

Lorena Barale. Testamenti chieresi del ‘400. Diffusione Immagine (2011)

Viennese: ricostruzione di una moneta

Ci siamo cimentati nella riproduzione del Viennese, una moneta coniata nel periodo comitale (1391-1416) per volere di Amedeo VIII di Savoia; il suo nome deriva dal paese francese di Vienne, nel dipartimento dell’Isère.

Vienne è attualmente un paese di circa 30.000 abitanti situato nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi

Originariamente composta di una mistura di metalli poveri, con una piccola percentuale d’argento, il diametro si aggirava intorno ai 18 mm e aveva un peso che poteva variare da 0,60 a 1,15 grammi. Al periodo si stima che una singola moneta potesse valere diversi stai di grano. Il Dritto riporta al centro la scritta “FERT” in gotico minuscolo, motto di casa Savoia; intorno “AMEDEUS COMES”. Fu inciso da Giovanni Raffano, coniatore della zecca di Chambery, che si firmava con due anellini affiancati. Il Verso riporta al centro una croce piana e intorno “DE SABAUDIE”: Dei Savoia. Quest’ultimo fu invece fatto da Giovanni Rezzetto, zecchiere di Nyon, e si distingue dalle due lance incrociate.

Le monete dopo il conio e dopo un trattamento con inchiostro per favorire la lettura dei caratteri

Viennese: le due facce della moneta

Per la realizzazione del nostro stampo, le facce digitalizzate di una moneta originale sono state incise su due conii in acciaio temprato; questi ultimi sono poi stati assemblati su basi in acciaio al carbonio. Lo stampo può essere utilizzato “a botta”, cioè con un colpo deciso con martello, oppure “a pressione”, utilizzando un torchio. Le riproduzioni nelle immagini sono state coniate a botta. Abbiamo scelto il metallo dei tondelli in base a duttilità e peso, in modo tale da avvicinarci il più possibile alle monete originali.

(14–) Tecniche di coniatura, Chiesa di Santa Barbara. Kutná Hora, Repubblica Ceca

Sin verso il 1300 la moneta più usata in terre sabaude era la lira (libra), che si divideva in 20 soldi (solidi) e il soldo in 12 danari. Dopo la moneta più usata divenne il fiorino, anch’esso diviso in 20 soldi e il soldo in 12 danari. Il valore delle monete cambiava a ogni battitura, a causa delle diverse miscele di metallo impiegate: per ogni battitura doveva essere necessario determinare il rapporto del fino impiegato con la moneta base, creando una serie di “varianti” che generavano parecchia confusione. 

All’epoca di Amedeo VI, la lira viennese era la più diffusa; poi venne introdotta la viennese buona, poi la debole, di cui 24 soldi facevano 20 soldi buoni; poi la lira secusina (Susa), l’astese, più debole delle altre, perchè ci volevano 3 lire astesi per 2 lire viennesi. Sotto Amedeo VI, Casa Savoia adottò come base il denaro grosso torinese (denarius grossorum turonensium) di Tours. 20 soldi grossi formavano il fiorino di piccolo peso. A sua volta il soldo tornese valeva 4 soldi quarti, 8 soldi forti, 12 soldi bianchetti, 16 soldi viennesi etc. 

Nelle altre Contee correvano altre monete. Asti, Savigliano, Cuneo, Mondovì usavano perlopiù il denaro Astese: Ivrea, Chivasso, Santhià adottarono l’imperiale; una parte del biellese, a Vinai, Garessio e nelle Langhe si usarono i genovini; nel contado di Nizza, oltre i grossi, correvano i danari rinforzati o coronati

Per ulteriori informazioni:

J. Jaccod, La comptabilité d’Amédée VI dit le Comte Vert (1377-82), in “Bulletin de l’Académie St. Anselme”, 25 (1939).

A. Barbero, Il ducato di Savoia: Amministrazione e corte di uno stato franco-italiano. GLF editori Laterza (2002).